Szoborpark, il Cimitero delle Statue di Budapest

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Il Monumento di Béla Kun © Andrea Lessona

Il Monumento di Béla Kun © Andrea Lessona

E’ una nebbia spessa, quella che avvolge lo Szoborpark. I resti di un passato pesante rivivono qui, alla periferia di Budapest, nel freddo del Parco delle Statue: una collezione unica al mondo di 42 sculture che ricorda gli anni della dittatura comunista in Ungheria.

L’edificio, tipico dell’architettura socialista, ha una facciata imponente di mattoni rossi: il timpano sovrasta le colonne che dividono le tre navate con portoni in ferro battuto. Su quello centrale, sempre chiuso, è incisa la poesia “Una frase sulla tirannia” del poeta e narratore ungherese Gyula Illyès. Ai lati, incastonate in due nicchie centinate, le sculture di Lenin, Marx e Engels accolgono i visitatori.

Una porta laterale mi conduce lungo un vicolo stretto, e il primo sguardo si posa su una vecchia Trabant azzurro sbiadito. Il custode, colbacco nero in testa, movimenti lenti, cerca di grattare via il ghiaccio della notte dai finestrini. La macchina, simbolo dell’Est Europa, è parcheggiata da anni nel cortile vicino al negozio di cimeli. La vetrina è piena di vecchie medaglie, accendini dell’Armata Rossa e fiaschette che ritraggono i volti dei leader comunisti. Appesi al muro, invece, spiccano i poster e le magliette dei dittatori sovietici nel mondo con la scritta “I tre terrori”.

Una radio d’epoca suona le marce rivoluzionarie del movimento operaio. Anche queste, raccolte in cd o in musicassette, si possono comperare da una signora anziana, riparata dietro i vetri appannati con una stufetta elettrica. Chi vuole può avere l’ultimo soffio del comunismo, racchiuso in una scatola di conserva. E’ in vendita, come i biglietti d’ingresso. Con 600 fiorini (poco più di due euro e mezzo) si entra nella storia.

Il parco, inaugurato nell’inverno del 1993, è a cielo aperto. Oggi come allora mancano le mura di recinzione che dovrebbero fare da cornice alla statue esposte: furono rimosse e portate qui, dopo la caduta del regime filo-sovietico in Ungheria. La nuova giunta di Budapest bandì un concorso per realizzare la struttura e raccogliere le sculture dislocate nella capitale magiara. L’architetto Eleod Akos junior ottenne l’incarico nel 1991, ma solo dopo che il Quartiere XII offrì il terreno sull’altipiano di Tétèny si iniziò a costruire il museo. Da allora, molti turisti stranieri e locali lo hanno visitato, anche se gli ungheresi non pensano volentieri a quegli anni.

La ghiaia grossa tratteggia il percorso: sei cerchi si uniscono a un settimo al centro. Qui, la poca erba ghiacciata per la brina, raffigura una stella a cinque punte. Ogni statua è contrassegnata da una targa che ne riporta il numero e una breve descrizione. La prima che incontro è il Monumento della Liberazione: un soldato sovietico con la bandiera al vento ricorda che l’Ungheria fu liberata dai nazisti grazie all’Armata Rossa. E’ un pensiero indelebile come la morsa cui fu sottoposta la popolazione per 45 anni e che viene celebrato con la statua dell’Amicizia magiaro-sovietica, lì vicino. Il tema ricorre spesso attraverso lapidi e targhe che si trovano lungo il tragitto.

Altre sono dedicate a Lenin. In origine il parco doveva conservare solo le sue sculture. Poi, vista la quantità di materiale lasciata dall’epoca socialista, fu deciso di ospitare tutte quelle tolte. Il leader del partito bolscevico, oltre alla statua all’ingresso del parco, è raffigurato all’interno in due metri e mezzo di rame: lo sguardo segue il braccio destro alzato che indica l’orizzonte di nebbia spessa.

La scultura più imponente è il Monumento di Béla Kun: è costruita in bronzo, acciaio cromato e rame. E’ stata realizzata da Imre Varga, uno degli artisti più in amati e apprezzati durante la dittatura. Rappresenta la liberazione del leader socialista nel 1919 e l’adesione degli operai al Partito Comunista. La figura di Béla Kun con il cappello in mano sovrasta soldati e lavoratori mentre li incita al nuovo ordine della Repubblica dei Consigli. Poco oltre, un monumento in bronzo alto nove metri e mezzo, raffigurato da soldati in fila, ne ricorda la storia e la breve durata.

Ma la struttura pensata e dedicata al popolo è il Monumento degli Operai: due mani alte verso il cielo grigio racchiudono una palla enorme. Prima era in plastica, ma dopo un atto vandalico fu rimpiazzata dal granito. La statua simboleggia i risultati sociali e politici dei tre secoli passati.

Anche Dimitrov, rivoluzionario bulgaro e comandante comunista, ha un posto di rilievo. La statua regalata a Budapest nel 1952 dai leader di Sofia è una volta e mezzo più grande di quella originale: 2,6 metri di bronzo. Quasi quanto quella di Ferenc Munnich, ungherese, che durante l’insurrezione del 1956 andò a Mosca per discutere dell’intervento militare sovietico contro il suo popolo. Ebbe un ruolo fondamentale nella lotta alla rivoluzione e nella rappresaglia contro il governo guidato da Imre Nagy.

L’allora primo ministro cercò di mediare le condizioni imposte dai russi con il volere dei magiari insorti: fu proposta l’amnistia per i dimostranti, l’abolizione del sistema monopartitico e la negoziazione per il ritiro delle truppe dell’Armata Rossa dall’Ungheria. Poi, si spinse oltre: dichiarò la neutralità del proprio Paese, tentando di spezzare il giogo che lo teneva legato al Cremlino.

Questo segnò la sua fine e l’entrata dei carri armati russi a Budapest. Arrestato insieme al generale Pal Maleter, un altro eroe dell’insurrezione ungherese, fu giustiziato il 17 giugno del 1958 con il militare e due collaboratori per “aver complottato contro la Repubblica Popolare”. Nel 1989, giorno nell’anniversario della loro morte, Imre Nagy, Maleter, tre altri uomini che erano morti in prigione e una sesta bara vuota, simbolo di tutti i caduti, ebbero una nuova sepoltura ufficiale con gli onori che si debbono ai martiri per la Libertà.

Mentre mi avvicino all’uscita, la radio continua a suonare la musica dell’epoca socialista. La signora anziana è sempre chiusa nel suo negozio di ricordi con i vetri appannati. Il custode cerca di lucidare la vecchia Trabant e di riportarla all’antico splendore.

Fuori, sul piazzale del museo, i raggi del sole dissolvono la nebbia spessa.

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